Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

venerdì 16 ottobre 2020

GLI ANNI PIU' BELLI di Gabriele Muccino RECENSIONE

 

L' ultima fatica di Gabriele Muccino, ha risentito purtroppo della situazione della pandemia e il conseguente lockdown. Dopo le prime settimane al cinema, ha dovuto affrontare la chiusura delle sale, poi è stato distribuito online e all'apertura è ritornato in sala per breve tempo, per uscire definitivamente sulle piattaforme. 
La storia che racconta Muccino abbraccia più di un trentennio. Tre giovani ragazzi, Paolo, Giulio e Riccardo (rispettivamente Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria) incontrano la bella Gemma (Micaela Ramazzotti) che fa girare la testa a tutti, in particolare a Paolo con cui Gemma intraprende una relazione che è costretta a chiudere bruscamente perchè deve trasferirsi a Napoli con la zia, unica parente che le è rimasta.
Tutti e quattro si ritrovano poi da adulti e incroceranno di nuovo le loro vite con risvolti inaspettati. 


Come sempre Muccino è bravissimo a raccontare una generazione, che poi è anche la sua, in un arco temporale molto vasto. Il ritratto di questi giovani, prima, e di questi adulti, poi, ancora immaturi dopo tutto, è preciso e puntuale. 
E lo sfondo storico in cui vivono le loro vite, prima giovani e poi adulte, è reso alla perfezione: le proteste giovanili, la caduta del muro di Berlino, l'ascesa di Berlusconi, il crollo delle torri gemelle. Il tutto dominato dalle passioni, com'è nello stile di Muccino, l'amore travolgente, salvifico solo alla fine, dopo che ha divorato pelle e ossa con la sua furia, le sue corse sregolate, in balia della passione.


Il giù la maschera finale, specialmente di Giulio, è un giusto epilogo di una storia tormentata fino alla fine. Favino qui è alle prese con un personaggio molto meno responsabile di quelli che Muccino gli ha fatto interpretare in precedenza (L'ultimo bacio-Baciami ancora-A casa tutti bene) ed è come sempre credibile, ma è l'unico ad avere alla fine l'epifania più completa, il risveglio dal torpore in cui una vita tanto agognata e ottenuta non senza compromessi, lo aveva condotto.
Le musiche di Nicola Piovani sono assolutamente perfette e in questo caso non si può certo parlare di abuso delle stesse da parte del regista al montaggio. 
Il personaggio di Gemma cade un po' nel solito cliché della donna "facile" dominata solo dalla passione che francamente ci ha stancato. Una menzione merita Alma Noce, Gemma da giovane, che oltre a una grande somiglianza fisica con la Ramazzotti presenta anche una grande somiglianza nei gesti, nell'uso del volto e delle espressioni vocali. 
Molto ben scritti, dal regista e dallo sceneggiatore Paolo Costella, i personaggi maschili nei loro tormenti che hanno radici profonde, antiche che intuiamo nel passato e ritroviamo nei gesti del presente.



Giulio, Gemma,Riccardo,Paolo da giovani

Ampiamente menzionata Emma Marrone, che interpreta la moglie di Riccardo, credibile nelle espressioni, poco nella voce, in un forzato romanesco che in ogni caso non è il suo dialetto natale e non essendo un'attrice non poteva di certo interpretarlo, ma piuttosto imitarlo, come ha fatto.
Francamente da capire la presenza della brava cantante, mi viene da pensare a tutti gli attori che hanno studiato, magari sconosciuti, che avrebbero ottenuto, forse, un risultato più calzante. Attenzione, viva la multidisciplinarietà e l'essere versatili, ma ci vuole molto studio per raggiungerla (vedi J-Lo o la nostrana Paola Cortellesi), la scelta del regista (a cui appello l'unica responsabilità) è stata forse affrettata o istintiva.


Nel complesso un film riuscito, meno del precedente a mio avviso, ma potrebbe essere un giudizio legato alla generazione a cui appartengo e che dunque non fa suscitare in me quel sentimento nostalgico che, a onor del vero,  ha stregato in molti.   

giovedì 10 settembre 2020

TENET di Christopher Nolan RECENSIONE

Si discute molto in questi giorni del nuovo film , al momento campione d’incassi, di Christopher Nolan. E’ un film che divide, lascia perplessi e probabilmente non del tutto soddisfatti. 

                      

      
Un uomo che lavora per la CIA, non è chiaro sotto quale profilo, si ritrova invischiato in un’operazione in Ucraina al Teatro dell’Opera, in cui è in corso un attentato terroristico. 
Testato il suo coraggio e lealtà nel rischiare la vita in difesa del prossimo, gli viene presentata una nuova missione estremamente complicata: scongiurare la terza guerra mondiale. E’ qui che inizia il viaggio di Nolan e del suo protagonista (John David Washington) in una realtà continuamente contaminata e cambiata dal futuro, ci si muove in spazi temporali diversi, i proiettili sono invertiti, rientrano cioè nelle pistole che nell’altro tempo gli hanno sparati, anziché uscire, gli interventi sul futuro cambiano il presente. Tutto questo mette in pericolo l’intera umanità, al protagonista il compito di salvarla. All’interno di questo quadro thriller, non c’è tempo per i sentimentalismi, tranne per quelli di una donna verso il figlioletto, che cerca di non perdere a causa del marito dispotico e cattivo che conosce la realtà dell’inversione e ha in mano la chiave che può portare alla fine di tutto.




La spy-story si trasforma ben presto in un film di guerra, di notevole prestazione. Inizia una lotta per recuperare l’algoritmo che può distruggere l’uomo, la tensione è sul filo del rasoio in un continuo cambio di piani temporali che sono l’uno la spiegazione dell’altro.
Un racconto intrecciato sviscerato in due ore e mezzo di film, che resta comunque inafferrabile per lo più. Nolan torna a raccontare alla maniera di Inception e di Interstellar soffermandosi su questa idiosincrasia tra passato e futuro e sul fatto che il lavoro su quest’ultimo può cambiare le carte in tavola. A differenza dei precedenti citati,  però, il protagonista non è del tutto consapevole di cosa sta esperendo quasi fino alla fine del film, del resto la comprensione del meccanismo che è alla base del film è difficile anche allo spettatore, che in genere, si sa,  preferisce afferrare il concetto.


Robert Pattinson e John David Washington in Tenet


Nel complesso il film è visivamente molto valido, sicuramente la visione in Imax per il cui formato è stato girato, rende ancora di più.
Le musiche di Ludwig Goransson sono una delle cose più riuscite del film assolutamente didascaliche, precise, incalzanti.
Tuttavia ci sono molte cose che restano sospese, a partire dallo stesso titolo, la cui preminenza è stata sottolineata anche nel trailer, eppure cosa resta di questa parola latina?E’ solo una chiave perché i partecipanti si riconoscano tra loro. È una parola palindroma, ancora una volta a sottolineare il concetto  dell’inversione. Al sarcasmo del personaggio di Robert Pattinson il compito di alleggerire in più punti il clima. 
 È un film che  registicamente  non si discute, ma qualcosa sfugge, è pericolosamente evanescente, confuso al di là della complessità del tema trattato.