martedì 12 maggio 2020

TORNARE di Cristina Comencini



Anche il nuovo film di Cristina Comenicini è disponibile on demand sulle principali piattaforme (Sky Primafila Premiere, Timvision, Chili, GooglePlay, Infinity, CG Digital, Rakuten TV).

Dopo una lunga assenza, Alice rientra a Napoli dagli Stati Uniti, per il funerale del padre, ufficiale della base Nato italiana. Alice è ormai una donna e con l’onere di vendere la vecchia villa di famiglia a picco sul mare, ne approfitta per vivere qualche giorno in quegli spazi che le erano stati propri fino all’adolescenza. Ecco che affiorano i ricordi personificati in una frizzante adolescente con cui conversa, che altro non è che Alice stessa. Ha inizio così un viaggio a ritroso che è più un’avventura nel suo passato che aveva dimenticato.
E’ un thriller dell’inconscio, come lo ha definito la stessa Comencini, un viaggio nella psiche di Alice per cercare di far riemergere il sommerso.


E’ un viaggio dell’anima, quindici anni dopo La bestia nel cuore, di cui ritroviamo gli echi in questo film.
Il film si sviluppa in una struttura a matriosca, che ritroviamo anche tra gli oggetti simbolo del film, con cui gioca il nipotino di Alice. Gli ambienti rappresentati sono per lo più luoghi quasi evanescenti, onirici, grandi corridoi infiniti, grotte sotterranee come i labirinti della psiche di Alice, il rapporto con il misterioso amico del padre, Mark, che riflette la sua difficoltà nel rapporto con l’altro sesso e sottolinea la femminilità mortificata nei larghi abiti scuri della protagonista.
Un mondo sospeso, come il trauma irrisolto di Alice e per affrontarlo ha bisogno di scendere in profondità, fino alle grotte della Napoli sotterranea, per liberarsene e scardinare le sue paure.


Il forte simbolismo presente in Tornare, rende, tuttavia, il prodotto finale un po’ ridondante e appesantito da una scrittura che spiega proprio tutto, anche ciò che è più evidente e gli attori, per quanto abbiano cercato di districarsi tra queste parole (incantevole Giovanna Mezzogiorno assieme a Vincenzo Amato) risultano il più delle volte innaturali e dai gesti forzati.
Nonostante le tematiche profonde e importanti trattate, sebbene la Comencini lo abbia definito il suo film più libero, manca leggerezza e fluidità al racconto.

sabato 9 maggio 2020

DAVID DI DONATELLO 2020 TUTTI I PREMI



La serata  dei David si apre con un emozionante omaggio all’Italia che resiste, con l’auspicio che le nostre strade possano ripopolarsi nuovamente anche di set cinematografici, perché il cinema vive nel presente e ha la necessità di ripartire.
Vedere Carlo Conti da solo, senza  una platea , senza applausi per i professionisti premiati,  fa certamente effetto e ci ricorda, come se fosse possibile dimenticarlo, il dramma che il nostro Paese e tutto il mondo sta ancora vivendo e dal quale con fatica stiamo cercando di uscire.
Le prime parole del conduttore sono per Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida trionfatori nella prima edizione del David, statuetta scelta perché Davide che sconfigge il gigante Golia rappresentava al meglio il cinema italiano che in quegli anni "lottava" contro il colosso cinematografico americano.



Ha inizio la serata e l’impronta scelta per la conduzione è da subito chiara, una serie di collegamenti webcam con i protagonisti del cinema nostrano, catturati nella quotidianità delle loro case, della loro confort zone, circondati dagli affetti più cari, a cui non avevamo mai (o quasi) avuto accesso.
Forse è proprio questo il pregio di questa edizione così inusuale per causa di forza maggiore, ovvero il fare a meno del patinato, del glamour, del red carpet, ci fa apprezzare ancora di più il lavoro di professionisti che prima di essere star sono persone, frangibili e a rischio, esattamente come noi dall'altra parte del televisore. E poi, la cosa più importante, il vero protagonista è il cinema, con le sue storie, con quello che ha da dire, da raccontare, da polemizzare e arriva anche a noi spettatori, finalmente.
Come ci aspettavamo, più volte viene menzionato, anche nel discorso del presidente Mattarella, il problema che affligge in questo momento i lavoratori dello spettacolo, la mancanza di lavoro unita alla mancanza di garanzie per il presente e per il futuro e arriva con un emozionante video homemade realizzato proprio dagli stessi artisti protagonisti della serata.


E’ il trionfo de Il traditore di Marco Bellocchio che colleziona ben 6 statuette tra cui l’ambitissima al miglior film. Un emozionato e umile Marco Bellocchio accoglie i premi facendosi portavoce di tutti coloro che hanno lavorato al suo film, sottolineando quanto il cinema sia un lavoro collettivo.

Ecco qui tutti i David di Donatello assegnati nell’edizione 2020.

-MIGLIOR FILM: IL TRADITORE

-MIGLIOR REGIA: MARCO BELLOCCHIO PER IL TRADITORE

-MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA: PIERFRANCESCO FAVINO PER IL TRADITORE

-MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA: JASMINE TRINCA PER LA DEA FORTUNA

-MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: LUIGI LO CASCIO PER IL TRADITORE

-MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:  VALERIA GOLINO PER 5 È IL NUMERO PERFETTO

-MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: LUDOVICA RAMPOLDI, FRANCESCO PICCOLO,VALIA SANTELLA, MARCO BELLOCCHIO PER IL TRADITORE

-MIGLIOR SCENEGGIATURA ADATTATA: MAURIZIO BRAUCCI E PIETRO MARCELLO PER MARTIN EDEN

-MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE: PHAIM BHUIYAN  PER BANGLA

-MIGLIOR PRODUTTORE: GROENLANDIA. GAPBUSTERS, RAI CINEMA, ROMAN CITIZIEN PER IL PRIMO RE

-MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA: DANIELE CIPRì PER IL PRIMO RE

-MIGLIOR MUSICISTA:ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO PER IL FLAUTO MAGICO DI PIAZZA VITTORIO

- MIGLIOR CANZONE ORIGINALE: CHE VITA MERAVIGLIOSA DI DIODATO PER LA DEA FORTUNA

-MIGLIOR SCENOGRAFO: DIMITRI CAPUANI PR PINOCCHIO

-MIGLIOR COSTUMISTA: MASSIMO CANTINI PARRINI PER PINOCCHIO

- MIGLIOR TRUCCATORE: DALIA COLLI, MARK COULIER PER PINOCCHIO

-MIGLIOR ACCONCIATORE: FRANCESCO PEGORETTI PER PINOCCHIO

- MIGLIOR MONTATORE: FRANCESCA CALVELLI PER IL TRADITORE

-MIGLIOR SUONO: IL PRIMO RE

-MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI: RODOLFO MIGLIARI E THEO DEMERIS PER PINOCCHIO

-MIGLIOR DOCUMENTARIO: SELFIE DI AGOSTINO FERRENTE

-PREMIO DAVID DELLO SPETTATORE: IL PRIMO NATALE DI FICARRA E PICONE

-PREMIO DAVID GIOVANI: MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI

venerdì 8 maggio 2020

DAVID DI DONATELLO 2020 - ALCUNI PRONOSTICI



Questa sera in diretta su Rai uno Carlo Conti presenterà la 65° edizione dei David di Donatello, da molti definiti  gli oscar italiani. Un’edizione rivoluzionata, diversa, senza glamour, senza red carpet, senza ospiti in sala e premiazioni dal vivo, ma che rappresenta una risposta forte alla situazione attuale che attraversa, tra gli altri, il campo del cinema. E attenzione a non considerarlo meno importante di altri. Il cinema è un’industria che dà da mangiare a migliaia di donne e uomini, muove l’economia del Paese e come tutte le industrie, vive un momento di crisi a causa della pandemia.
La serata dei David è un modo per dire che il cinema italiano c’è, è vivo e va premiato per i risultati eccellenti raggiunti. Un vero e proprio “the show must go on”,  potremmo dire.
Tuttavia unanime si leva, da qualche giorno, un coro di protesta: la politica sembra aver dimenticato i lavoratori dello spettacolo. Soprattutto di quella parte che compone il cast tecnico, coloro che sorreggono il film e lo costruiscono davvero e che troppo spesso vengono dimenticati e poco valorizzati.
Certi che anche questa sera se ne farà menzione e nella speranza che un nuovo protocollo possa riaprire i set cinematografici in sicurezza, godiamoci questa serata di eccellenza italiana che tanto ci rende fieri in tutto il mondo.


Ecco alcuni dei nostri pronostici:

-MIGLIOR FILM:  IL TRADITORE DI MARCO BELLOCCHIO

-MIGLIOR REGIA: MARCO BELLOCCHIO

-MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: BANGLA DI PHAIM BHUIYAN E VANESSA PICCIARELLI

-MIGLIOR SCENEGGIATURA ADATTATA: LA PARANZA DEI BAMBINI  di CLAUDIO GIOVANNESI, ROBERTO SAVIANO, MAURIZIO BRAUCCI

-MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE: PHAIM BHUIYAN PER BANGLA

-MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA: PIEFRANCESCO FAVINO PER IL TRADITORE

-MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA: VALERIA BRUNI TEDESCHI PER I VILLEGGIANTI

-MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: ROBERTO BENIGNI PER PINOCCHIO

-MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: VALERIA GOLINO PER 5 È IL NUMERO PERFETTO

QUANTI NE AVREMO AZZECCATI?? NON RESTA CHE SCOPRIRLO TRA POCHE ORE!
VIVA IL CINEMA ITALIANO!



BANGLA di Phaim Bhuiyan


Esordio più che riuscito quello di Phaim Bhuiyan che ci racconta una realtà semplice e complessa allo stesso tempo, quale può essere quella multiculturale nella Roma di oggi, e lo fa in modo pulito e immediato.
Phaim regista e attore del film, ci presenta un’opera che è sentimentale e culturale insieme.


Nato e cresciuto in Italia da una famiglia Bengalese osservante della religione islamica, una volta incontrata Asia, una bella ragazza di Roma nord, Phaim (sì il protagonista ha lo stesso nome del regista/attore) si trova a fare i conti con i desideri di qualunque ragazzo della sua età, desideri  però troppo occidentali per la sua cultura e religione orientali e che gli sembrano di fatto incompatibili.


Nel racconto di Phaim colpisce come i pregiudizi e alcune “espressioni stereotipo” generalmente associate agli occidentali, vengano dette da Phaim a volte rivolgendosi proprio ad Asia. Nome quanto mai azzeccato, espressione di ciò che l’Occidente ha voluto davvero cogliere dell’Oriente, facendo esplodere una moda qual è stata a lungo in Europa quella di dare nomi di altri continenti ai nascituri.
Inoltre Asia, fa parte di quella che agli occhi di Phaim è una famiglia strana a dispetto della sua che definisce normale. Se l’obiettivo di Phaim era quello di abbattere le barriere tra musulmani e cattolici, oriente e occidente, religione e gender, Torpignattara e Roma nord, con questo film, che mescola tutte queste cose nel calderone, l’intento è riuscito. Ci fa addentrare piano e solo dalla porta di servizio, nelle tradizioni e gli obblighi islamici e con i suoi occhi così italiani ed intrisi di Europa, non riusciamo, però, a comprenderli a pieno.


É la festa delle differenze, della non omologazione, con l’accento di Phaim perfettamente romanesco in una vita che riesce a coniugare bene il digiuno e l’islam con i jeans e le sneakers e i locali alla moda.
In un film che ricorda qualcosa di Nanni Moretti e Woody Allen, si parla addirittura di Ius soli, che indigna più l’italiano da generazioni che lo stesso Phaim, il quale parlando della burocrazia italiana circa la richiesta di cittadinanza compiuti i 18 anni, la definisce addirittura una cosa semplice.
Phaim si muove agevolmente dietro  la cinepresa, con la stessa spregiudicatezza e voglia di utilizzare al massimo i mezzi a disposizione che caratterizza il suo personaggio.  Occasione assolutamente sfruttata bene dal giovane esordiente regista.  

giovedì 7 maggio 2020

MARTIN EDEN di Pietro Marcello


Pietro Marcello trasporta la storia di Jack London ambientata ad Oackland fino a Napoli.
Martin Eden è un marinaio napoletano che per aver salvato il giovane Arturo Orsini da un pestaggio, incontra la sua famiglia tra cui la sorella, la giovane e bella Elena. Il colpo di fulmine tra i due spinge Martin a desiderare di istruirsi per essere all’altezza di Elena.


Pietro Marcello ci racconta la storia semi-autobiografica di Jack London che arrivò, infatti, al successo letterario dopo una dura gavetta, ripercorrendo forse idealmente anche un po’ la sua storia personale di gavetta nel mondo del cinema. E lo fa intervallando al film, immagini di repertorio, opportunamente e splendidamente colorate dai tecnici dell’istituto luce. E anche le immagini girate da Marcello hanno una luce e un colore tale da farle apparire più vicine alla grana pittorica dei dipinti.
Il montaggio è veloce e lineare, così allo stesso modo Marcello muove con spregiudicatezza la cinepresa, sottolineando il modo frenetico con cui Martin Eden morde la sua vita.


Il film, come il libro, si divide in due parti ben distinte anche dal cambio di look di Eden più maturo. Nella seconda parte Martin cerca di emergere come scrittore certo delle proprie capacità senza dimenticare mai l’obiettivo: poter vivere senza vergogna il suo amore con Elena. Tuttavia Martin decide di scrivere del mondo, quello vero, che vede e vive tutti i giorni, fatto degli ultimi e dai soprusi da questi subiti, e questo non fa che allontanarlo di fatto dall’amata.
Efficace commento musicale tra Debussy e la canzone napoletana, che continua quella commistione realizzata tra l’opera originale inglese di London e la trasposizione napoletana di Marcello, generando a volte un po’ di confusione nello spettatore. Ingiustificato ci appare, invece, l’accento francese di Elena Orsini.
Convince l’attore Luca Marinelli, nel perseguire il fine ultimo, nobilissimo, di Martin, che è quello di poter vivere della sua nuova passione che è la scrittura. Questa possibilità inizia ad affacciarsi al suo orizzonte in un contesto da cui tutti vorrebbero fuggire, tra cui la bella Elena che Martin conduce forzatamente nei sobborghi per farle vedere la vita di cui i suoi scritti parlano.
Una prigione, la vita, che come lo stesso Martin Eden dice “può essere una casa se trovi la chiave e la chiave è l’amore”. Amore che conduce Eden a una personale elevazione che al di là della riuscita del suo intento amoroso, sarà sua per sempre. Ottima prova di Pietro Marcello, audace e inusuale.



IL TRADITORE di Marco Bellocchio

Disarmante e ben riuscito l'ultimo film di Bellocchio, che dopo “Buongiorno, notte” torna a parlare del passato italiano.
Fin dal titolo è evidente come la sua attenzione si sia soffermata sugli ultimi anni del boss mafioso Tommaso Buscetta, durante i quali collabora con la giustizia svelando l’orripilante volto di “cosa nostra”. 


Nonostante la ricostruzione fedele dell’estradizione e del processo, Bellocchio ci presenta, attraverso un racconto lucido e mai banale, un caso “umano” più che un caso giudiziario. Scava in quell’umanità che l’organizzazione mafiosa, a cui con una certa fierezza don Masino ammette di appartenere ancora, non ha cancellato del tutto.
Respiriamo con lui l’ansia di una vita sempre vigile, edulcorata dalla bellezza estiva del Brasile.
Il ritmo appare sostenuto, almeno nella parte che precede le fasi del maxi processo. Bellocchio non ci nasconde nulla, ci catapulta nella realtà della cosa nostra di quegli anni attraverso i suoni allegri di una festa “famigliare” in onore di Santa Rosalia e dà subito uno schiaffo allo spettatore: il fisico e l’animo martoriato del giovane figlio di Buscetta, Benedetto, consumato dall’eroina, esempio di tutte quelle vittime che mieteva in quegli anni la mafia attraverso il traffico e lo spaccio di stupefacenti, filo conduttore della guerra tra famiglie e che attraversa tutto il film.


Una guerra macchiata da fiumi di sangue, che scorrono rapidi come i numeri delle vittime sullo schermo.
Del resto è tutto “teatro” il finto accordo tra famiglie per il controllo dei traffici, ma il dramma è solo all’inizio. Il protagonista, assieme a coloro che accusa sembrano costantemente impegnati nella recita di un copione. Dopo l’estradizione e le confessioni fatte unicamente a Giovanni Falcone, il tribunale è il luogo performativo per eccellenza, in cui tutti gli imputati danno il via al loro show. In questo caso la riproduzione della realtà da parte degli attori è fedelissima; una menzione merita Fabrizio Ferracane nei panni di Pippo Calò a confronto con Buscetta, candidato come miglior attore non protagonista ai David di Donatello 2020 e già vincitore del nastro d'argento.


La prova attoriale di Favino è magistrale, il trasformismo, con cui ci ha già deliziato in precedenza (Gino Bartali-L’intramontabile) e che ha riportato in Hammamet di Gianni Amelio, si può dire sia secondo solo a quello del vero Buscetta, che per anni ha cercato di cambiare il suo volto. Favino ne riproduce le gestualità e soprattutto la voce e l’accento contaminato dagli anni brasiliani. Inevitabile è l’effetto di “fascinazione del male” per la platea che Bellocchio aveva realizzato in parte con “Vincere”. Eppure Buscetta non diventa mai Tommaso per lo spettatore, nonostante la portata del suo gesto, resta sempre un criminale. Buscetta il “boss dei due mondi”, che continua idealmente la sua spola pedalando da un lato all’altro di un corridoio anelando a quella libertà che per lui è sempre stata più importante del potere.
Sebbene l’opera rallenti il ritmo nella seconda parte, conseguenza del respiro seriale pensato inizialmente dal regista, non perde mai potenza espressiva.



DOMANI É UN ALTRO GIORNO di Simone Spada


L’ultimo film di Simone Spada, Domani è un altro giorno, è il fedelissimo remake italiano di Truman-un vero amico è per sempre


Racconta la storia di un uomo, Giuliano (Marco Giallini), che decide di non continuare più le cure per il suo cancro terminale ai polmoni e di vivere serenamente gli ultimi giorni che gli restano.  Accanto a lui l’amico Tommaso (Valerio Mastandrea), che torna dal Canada per trascorrere con Giuliano alcuni giorni con l’obiettivo iniziale di farlo ragionare sulla sua decisione, obiettivo che si trasformerà ben presto nell’opportunità di potersi dire addio.
Assieme a Tommaso, Giuliano chiude le questioni che ha in sospeso, cercando per tutto l’arco del film, un posto giusto in cui lasciare l’amato cane Pato, preparandosi idealmente al lungo viaggio che dovrà affrontare. 


Le differenze tra i due amici non sono che il motore della storia, Giuliano, seppur in fin di vita, è il più vitale tra i due, pieno di iniziativa ed estroverso. Tommaso, dal canto suo, è un uomo introverso, timido che si trova in difficoltà davanti alla forte scelta dell’amico per la quale ha poche parole. Eppure nei suoi silenzi, nell’ assecondare l’amico nelle sue ultime volontà, c’è tutto  il rispetto verso questa scelta e l’affetto per Giuliano, senza giudizio alcuno, semplicemente dimostrato con la sua presenza.
Un film tenero, che emoziona senza scene strappa lacrime, ma con la semplicità della vita e della vera amicizia. Il tutto condito da una buona dose di ironia che rende più leggera la fruizione del film.
Sinergia vera tra gli attori Mastandrea e Giallini, grandi amici anche nella vita.
Anna Ferzetti candidata ai David di Donatello 2020 come migliore attrice non protagonista per questo film, in cui interpreta la sorella del protagonista. La colonna sonora è cantata da Noemi sulla straordinaria canzone di Ornella Vanoni Domani è un altro giorno.


 


mercoledì 6 maggio 2020

D.N.A. DECISAMENTE NON ADATTI di Lillo e Greg


Una delle "pellicole" che, in altri tempi, avremmo visto in sala in questi giorni è D.N.A. Decisamente non adatti per la regia di Lillo e Greg. Commedia italiana dai toni un po’ fantascientifici.
Il duo comico, che in questo film si mette alla prova anche per la regia, veste i panni di due tipologie di maschere già presenti nei loro sketch comici: l’intellettuale colto e un po’ debole e lo spaccone di borgata.



Nando ed Ezechiele si conoscono dai tempi dell’elementari, in particolare Ezechiele ha subito frequenti angherie dal bullo Nando, diventando l’uomo fragile e insicuro che è oggi. Nando, per lavoro, procede (con la forza) allo sgombero di attività commerciali da destinare al re del fast-food Mr ambù. Tuttavia è molto contrariato dal fatto che i suoi capi lo deridano a causa della sua ignoranza. Incontrando Ezechiele per caso, lo obbliga (come ai vecchi tempi) a dargli lezioni di italiano e buone maniere all’interno del laboratorio universitario dove Ezechiele lavora e insegna;  quest’ultimo ha appena messo a punto un esperimento che sostituisce frammenti di DNA tra topo e canarino, invertendone di fatto i comportamenti. Trovandosi, così, davanti all’uomo che avrebbe sempre voluto essere, forte e sicuro di sé al lavoro e in famiglia, decide di applicare l’ esperimento con Nando, dando vita a una serie di eventi imprevedibili.


Commedia, dunque, abbastanza godibile, del resto l’affiatamento tra Lillo e Greg è comprovato da tempo. I due si sono avvalsi, inoltre, del supporto di Anna Foglietta, incredibile trasformista in questo film.
Sarà per il momento così fuori dall’ordinario che stiamo vivendo, ma gli esperimenti, i sieri, i complotti ai danni della collettività citati nel film, ci sembrano quasi meno fantascientifici di quello che probabilmente era l’intenzione dei creatori quando scrivevano e giravano mesi fa. La loro prima regia si può considerare riuscita, tempi comici perfetti e in più questa commedia non manca di darci uno spunto riflessivo e morale sull'importanza di essere se stessi e ripartire dalla fiducia in sè, il chè non guasta mai.
Una storia semplice e originale, raccontata in modo pulito e lineare, piacevole per tutta la famiglia.




martedì 5 maggio 2020

1917 di Sam Mendes


L’esperienza immersiva a cui ci fa partecipare Sam Mendes con 1917 è il motivo principale che ha visto questo film come uno dei maggiori favoriti nella corsa agli oscar, vincendone di fatto tre proprio per quelle maestranze che hanno reso così particolare questo film, la fotografia, il montaggio sonoro e gli effetti visivi. 


Ciò che rende interessante 1917, infatti, è l’unico, lunghissimo, piano sequenza con cui la storia è stata rappresentata, riducendo di fatto al minimo, in fase di lavorazione,  il numero di ciak. Nessuno stacco, nessun cambio di punto di vista. Un lavoro sicuramente faticoso e senza precedenti nel cinema, che non poteva non vedere trionfante il lavoro del direttore della fotografia Roger Deakins
 che, ad esempio,  ha dovuto reinventare la luce ad ogni passo degli attori. 
Fin da subito ci troviamo a seguire i nostri due giovani soldati britannici, Blake e Shofield, a cui è stata affidata una missione molto importante. Nel pieno della prima guerra mondiale si ritrovano ad attraversare le trincee nemiche per consegnare l’ordine di annullare un imminente attacco, salvando così da morte certa 1600 uomini, tra cui il fratello di Blake. E’ una corsa contro il tempo.


Il nostro viaggio assieme ai protagonisti prosegue come in un videogame survival, superando in un certo senso diversi livelli, di cui percepiamo la difficoltà crescente man mano che ci allontaniamo dalla base e ci addentriamo nell’ignoto.  E così ci ritroviamo a cadere assieme a loro, sentirci sporchi di fango, percepire il pericolo in agguato attorno a noi. 
Forse, proprio per raggiungere questo livello di immedesimazione attraverso un’estrema cura tecnica e formale, questo film lascia un po’ per strada il trasporto sentimentale, l’empatia diretta con le sorti e le storie personali dei protagonisti. 


Per la prima volta sullo schermo non viene rappresentato il macrocosmo della guerra, ma un piccolo, unico momento circoscritto a un territorio; sebbene questo in parte ricordi, tra gli altri, un film recente come Dunkirk, la particolarità di 1917 è che il microcosmo della guerra rappresentato appartiene a due soli giovani protagonisti.
Un evento, quello di 1917, che in sé può sembrare insignificante, ma che in realtà ha storicamente detto molto circa le sorti delle battaglie di trincea del fronte occidentale durante la guerra. Per raccontare fedelmente questa storia, il regista ha preso spunto dai racconti del nonno paterno, Alfred Mendes.
Un’opera unica nel suo genere, sicuramente un’esperienza da “provare”.


lunedì 4 maggio 2020

7 ORE PER FARTI INNAMORARE di Giampaolo Morelli


L’esordio alla regia di Giampaolo Morelli avviene, causa Covid 19, on demand su diverse piattaforme a pagamento,  così come per diverse pellicole che avrebbero dovuto apparire sul grande schermo in questo periodo.
La storia, tratta dall’omonimo libro scritto dal regista e attore, è molto semplice e fin dalle prime battute (parliamo del film) un po’ scontata.
Un uomo, brillante giornalista di economia,  scopre che la fidanzata lo tradisce con il suo capo perdendo così in un colpo solo la futura moglie e il lavoro. Nel tentativo di rimettersi in pista, sia personalmente che lavorativamente parlando, incappa nella bella Valeria (Serena Rossi) e davanti a lui si spalanca il mondo dell’affascinante life coach che di mestiere cerca di trasformare uomini insicuri in conquistatori.
In questo quadro, il protagonista cerca di utilizzare i consigli di Valeria per riconquistare la sua ex, per quanto l’amica cerchi di fargli capire che lei non vuole saperne più niente di lui e che evidentemente non sono fatti per stare insieme. L’epilogo della storia è quanto mai scontato e l’evoluzione del personaggio si riduce alla consapevolezza di non essere più attratto dalla ex. 



L’alchimia con Serena Rossi, con cui Morelli ha già recitato in altre pellicole, penso  ad Ammore e malavita dei Manetti Bros, non è del tutto riuscita,probabilmente per via di una caratterizzazione del personaggio  non perfettamente studiata.  L’animo buono della ragazza, costellato dalla tenerezza del rapporto con il padre, mal si addice al distacco che dovrebbe avere nello svolgimento della sua particolare professione.  La sceneggiatura appare, infatti, debole e priva di guizzi narrativi.


Il panorama di Napoli aggiusta il tiro per certi versi, ma non basta a far prendere slancio al film. L’apparizione di Diletta Leotta, come rappresentazione della donna più desiderata dagli uomini, è un po’ forzata ai fini della storia e probabilmente, nonostante l’indiscutibile bellezza, ne avremmo potuto fare a meno.
Esordio forse e a mio avviso da riprovare con una storia più corposa.




sabato 2 maggio 2020

CONTAGION di Steven Soderbergh UN FILM, UNA POLEMICA


Nuovo virus proveniente dalla Cina, distanziamento sociale, mascherine, vaccino… sembrano le parole chiave del nostro presente eppure è ciò che racconta il film Contagion di Soderbergh realizzato nel 2011, quasi 10 anni fa!

La storia in sé è molto lineare, una donna (Gwyneth Paltrow) ha contratto probabilmente una malattia da un viaggio fatto ad Hong Kong, sappiamo che ha fatto scalo a Chicago e qui ha incontrato un uomo che dopo pochi minuti scopriamo essere il suo amante, poiché la donna ha un marito e un figlio piccolo. Quest’ultimo contrae subito il virus dalla madre, mentre il marito risulta aver sviluppato gli anticorpi e quindi di essere immune.
Da qui al caos il passo è breve, forse troppo. Un susseguirsi di vicende un po’ confuse, ma che ricordano in molte cose la nostra situazione attuale, distanze sociali, Jude Law che va in giro con una tuta di plexiglas che non ci risulta affatto esagerata o ridicola, un virus che si diffonde rapidamente in tutto il mondo e interi stati chiusi in quarantena.


Se l’intento di Soderbergh era quello di farci percepire la sensazione di spaesamento e caos che vivono i personaggi che d’improvviso si ritrovano catapultati in una situazione straordinaria (vi ricorda qualcuno?), direi proprio che l’intento è riuscito, ma non so quanto questo sia un bene se guardo a Contagion come a un film e basta, cercando di lasciare fuori dalla visione qualsiasi confronto con la realtà. E’ un film sfuggente, che ci lascia orfani di un vero eroe della situazione a cui vogliamo acclamare alla fine di un'opera appartenente a questo genere. In compenso, cast validissimo, dunque il livello è comunque superiore alla media della maggiora parte dei film catastrofici realizzati fino ad ora.

Come in un cerchio che si chiude, alla fine del film scopriamo cosa è successo il giorno 1, ovvero come è avvenuto il contagio del paziente zero: pipistrelli malati che infettano maiali, uno chef che ne affetta uno nel suo ristorante e viene interrotto da una donna (Gwyneth Paltrow, per l'appunto) che vuole complimentarsi per la cena stringendogli la mano, non esattamente pulita diciamo, ed ecco che il danno è fatto.
Una volta visto Contagion ci piacerebbe ancora di più sapere con certezza da dove provenga questo Covid19 e avere in fretta un vaccino che, magari, una scienziata devota ha sperimentato su se stessa, ma non facciamoci troppo suggestionare, si tratta pur sempre di un film, che si è ispirato molto alle vicende della SARS del 2003, della cui famiglia, come sappiamo, il Covid-19 fa parte, più una buona dose di fantasia e romanzo, succo del cinema.


Cosa possiamo trarre allora da questo film, oggi nel 2020? Non voglio discutere sul livello di letalità del virus presentato nel film (nettamente superiore al nostro Covid) perché anche una sola morte è importante e in più le nostre sono reali, tuttavia balza agli occhi il disincanto e forse il pessimismo degli autori nel raccontare gli uomini di fronte a questa situazione pre-apocalittica: razzie, furti, disordini, stati militarizzati, dinamiche che fortunatamente non abbiamo visto nel nostro Paese, in Europa, né negli Stati Uniti, più avvezzi a certi comportamenti, basti pensare alle file fuori alle armerie all’inizio della (vera) quarantena.


Ecco, se proprio vogliamo guardare questo tipo di film senza farci troppo impressionare, potremmo cercare il lato positivo della nostra situazione e incrementare, ciascuno di noi, personalmente, il rispetto di quelle semplici regole che ci consentono ancora di vivere serenamente nelle nostre case, ridimensionare la sfortuna che sentiamo (anche a ragione,in alcuni casi) si sia abbattuta su di noi.  

giovedì 30 aprile 2020

EL HOYO-IL BUCO di Galder Gaztelu-Urrutia


Inutile negarlo, un film senza dubbio dalle tinte forti, ma il significato recondito di tutta la pellicola, ha avvicinato alla sua visione anche chi preferisce film di tutt'altro genere.
Inutile negare, inoltre, che per  il momento particolare che stiamo vivendo,  in cui ci sentiamo tutti più uniti sotto lo stesso cielo e disgustati da ogni forma di differenza sociale, questo film ha ancora più possibilità di fare breccia in molti di noi.

Una prigione sotterranea verticale, che ospita al massimo due persone per livello, al centro un buco che viene riempito una volta al giorno da una piattaforma rettangolare su cui, al livello 0, un folto gruppo di chef adagia pietanze succulente,  cucinate con estrema meticolosità.  In questa prigione si può entrare per espiare una pena, oppure,  come fa il nostro protagonista,  Goreng, per scelta personale come una sorta di esperimento sociale. Ogni detenuto può portare con sé solo un oggetto di libera scelta, Goreng ha deciso di portare il Donchisciotte. Già dal primo giorno trovandosi a un livello intermedio, con un uomo arrivato lì molto prima di lui e che ha portato con sé un coltello che si autoaffila ogni volta che viene usato, Goreng ha la possibilità di capire che l’autogestione nella prigione verticale non funziona. Chi sta ai piani alti divora più cibo di quanto veramente gli serva, così il cibo arriva ai piani intermedi tumefatto, orrorifico, marcio e di conseguenza,  chi si trova ai piani più bassi soffre la fame. E gli uomini che soffrono la fame cosa sono capaci di fare? Sono in grado di provare ancora il sentimento della fratellanza o vedono in chiunque li circondi il ladro, il nemico, il pasto?
Nella prigione c’è una donna che dice di essere lì con il figlio e ogni settimana scende i livelli sedendosi sulla piattaforma nella speranza di ritrovarlo, è l’unica che ha una missione, che riesce ancora a provare un sentimento forte e positivo lì dentro e nonostante questo non si esime dal compiere gesti efferati per difendere se stessa e il suo obiettivo.


La forte implicazione sociale è evidente fin dai primi minuti del film. La prigione non è altro che un allegoria delle scale sociali presenti nel mondo, chi ha di più continua ad ottenere di più e avidamente non si cura di chi è sotto di loro, facendoli patire la fame. La chiave di volta appare semplice a Goreng, dividere le ricchezze di cibo in modo equo in modo che possa arrivare anche ai piani più bassi, solidarietà per annientare le disparità.
Ma in questo esperimento sociale viene fuori tutto l’animo della maggior parte degli uomini, egoistico, avido, che pensa solo al suo cantuccio. Un uomo che per agire ha bisogno di essere minacciato, di vedere messo in pericolo l’integrità del cibo che arriverà da un piano più su, e in ogni caso non basta.
I toni freddi, tutti concentrati sul blu, il nero e il grigio non fanno altro che sottolineare la sensazione claustrofobica che tutto l’edificio sotterraneo esprime. 


L’idea dell’aiuto reciproco di un mondo con pari ricchezze e quindi dignità è talmente utopica che resta sospesa in un edificio verticale, in cui i livelli bassi sono molto di più di quelli che si conoscono, così come le forme sommerse di povertà nel mondo. Sospesa come la sensazione, alla fine di questo film, che ciò che abbiamo visto ha proprio a che fare con noi.   

18 REGALI di Francesco Amato

Storia di Elisa, che perde la vita a causa di un tumore al seno e come ultima cosa riesce a dare alla luce la sua bambina, Anna,  di cui era incinta quando ha scoperto della malattia. Prima di morire ha pensato, però, a come essere comunque presente nella vita della figlia lasciandole in eredità un regalo da scartare ad ogni compleanno futuro fino ai 18 anni.


Anna, crescendo, inizia ad essere insofferente a questa tradizione, così nel giorno del suo 18° compleanno,  dopo una furibonda lite con il padre Alessio, decide di scappare e girovagare per la città di notte, quando attraversano incautamente, un’auto la travolge. Da qui inizierà un viaggio particolare, per niente scontato, di ricongiunzione tra madre e figlia. 

Film intimo e leggiadro, ci porta amabilmente tra gli intrecci di questa storia dolcissima, facendoci sperare fino all’ultimo un finale che già sappiamo non possa esistere. Anna è una ragazza ribelle, ma è una ribellione più profonda della sua età adolescenziale, è una ribellione intrisa dell’ingiustizia subita ad appena poche ore di vita.  
Attenzione, l’argomento trattato non deve trarre in inganno, si tratta di un film molto solare, dai toni sgargianti e luci calde.



Bellissima caratterizzazione dei personaggi, dal marito Alessio, a cui Elisa fa un po' da madre, all’esuberante amica conosciuta in ospedale, a cui affida Anna per l’insegnamento dell’inglese, e anche perchè vorrebbe che l’amica infondesse alla figlia un po’ del suo spirito combattivo e divertito. Spirito che scopriremo da più adulta, non manca ad Anna e che in realtà ha preso anche dalla sua mamma.
Se volete lasciarvi trasportare dalle emozioni state pensando al film giusto. Inusuale per il panorama italiano, di un cinema così sentivamo la mancanza. La stretta al cuore più forte: scoprire che è un film tratto da una storia vera.